Giovedì passavo davanti alla mensa quando mi sono accorta che c'era qualcosa di diverso. Mi sono fermata e ho guardato e guardato. Ho visto le solite bici degli studenti, gruppetti di studenti che cominciavano ad arrivare per il pranzo. Il sole di autunno era lì con la sua luce speciale e ho pensato: è da tanto che non fotografo il campus, la prossima volta porto la macchina...ecco cosa mancava! Mancavano 4 alberi che erano sempre lì, lungo la stradina che porta alla porta d'ingresso della mensa. Ecco perché il sole mi bruciava la testa! Ma se gli alberi non erano lì, allora il nido di João de Barro di cui ho parlato più di una volta su questo blog non c'era più. Una volta rimasi quasi 40 minuti davanti a quell'albero per fare una foto del João de Barro. E tutto il tempo, uno dei vigili che lavorano nel campus mi ha fatto compagnia e mi ha mostrato altri uccelli che non conoscevo.
Ora l'albero non c'è più. Mi hanno detto che forse è perché gli alberi ostacolavano le lampade che illuminano il cammino che porta all'ingresso della mensa.
Secondo me, c'è qualcosa di molto sbagliato qui. Ma sarà possibile che non riusciamo a trovare un altro modo per illuminare quella stradina senza togliere gli alberi??? Siamo in una delle più importanti università dell'America Latina, per carità. E tagliamo gli alberi perché non vogliamo pensare ad altre alternative....Sì, la luce ci vuole. È importantissima, direi essenziale. Ma principalmente per farci vedere che ci sono tante strade davanti a noi. Alcune sono dritte, ma non portano al posto giusto.
E ora sono triste, veramente triste. Non so se mi capite. Avevo bisogno di quel nido di João de Barro. Mi rallegrava. Mi toglieva il fiato e la pelle. Così, per qualche attimo mi sentivo parte di qualcosa di bello. Poi seguivo la mia strada, rimettevo la pelle a posto e aspettavo l'ora di far lezione, quando di nuovo esperimentavo la gioia di fare parte di qualcosa. Io ho bisogno, come tutti gli esseri umani, della Bellezza. Non per scappare, ma per crescere, per nuttrirmi, per poder avere la schiena dritta e guardare il cielo e sperare. La bellezza è come la linfa.
Ora non sarà più così. Camminerò per questo campus ogni giorno meno verde e conterò i giorni per andare in pensione.
C'è un'attrice in Brasile che è troppo grande per la sua arte. Si chiama Regina Casé, è di Rio e quando ero alla fine della mia adolescenza era il simbolo del rinnovamento del teatro. Apparteneva al gruppo “Asdrubal trouxe o trombone” e ho avuto la fortuna di verderla almeno una volta su un palcoscenico. Da qualche tempo Regina si dedica a mostrare il Brasile ai brasiliani. Prima con un programma intitolato “Programa legal”, poi con “Um pê de quê? E finalmente con un altro chiamato “Central da Periferia”. Dopo una fase brasiliana, tutti e tre programmi ci hanno fatto conoscere altri paesi, alberi di altri paesi e la periferia di altri paesi. Ieri ho visto “Um pê de quê” tutto girato nel Mozambico e l'albero scelto era il Baobab. O embondeiro, come lo chiamano nel Mozambico.
Nel programma ho potuto vedere uno dei miei amori: Mia Couto. Ora sto cercando il libro in cui c'è un racconto intitolato “O embondeiro que sonhava pássaros” .
Per gli africani il baobab non è un albero cattivo, come nel Piccolo Principe. Il Baobab è un albero che racchiude in sé tanta acqua e acqua pulita, che disseta tanta gente. Nel nord del Mozambico, un santone e solo lui, può scavare buchi nel baobab che sono vere cisterne.
Il vicepresidente ha un cancro, di quelli terribili, contro il quale lui lotta da anni. E questo cancro non lo vince. Vince il suo corpo, ma non il suo spirito. E lo si vede, perché lui non smette mai di sorridere. A me, come politico, questo vicepresidente non mi è mai interessato, anzi non mi piace affatto. Non l'ho votato, nel senso che quando ho votato ho votato Lula. La prima volta, non la seconda. Ma lo rispetto come uomo che sta lottando contro una malattia in un modo degno e sereno. Dice che preoccuparsi non vuol dire disperarsi. Che lui morirà, come tutti moriremo, ma che non tocca a lui sapere quando.
Il ministro più importante del governo Lula è una donna. Lula l'ha scelta come suo successore. Lo sappiamo tutti da tempo, anche prima delle dichiarazioni di Lula a questo proposito. Una donna che durante la dittatura ha combattuto i militari. Che poi si è messa nella politica formale e quindi ha accettato le regole della politica formale. E le sue strategie che poi sono gabbie. Come l'immagine. Quella che si costruisce con il photoshop e non con le azioni e le parole. Si è rifatta. Si è femminilizzata. E dopo, quasi subito, ha scoperto di avere un cancro.
E ora ricominciano i discorsi su un'eventuale possibilità di eleggere Lula una terza volta. Io non vorrei questo. La nostra costituzione non lo permette. Non voglio credere che il Brasile sarà come il Venezuela, paese che mi sta pure simpatico, ma che ha, secondo me, preso la strada sbagliata nel permettere a Chavez di essere un presidente alla Fidel.
Il discorso del vicepresidente sull'ora della morte deve applicarsi a Dilma Roussef. Se fosse così, nessuno avrebbe creduto a Churchill, vecchio e con una tendenza ad alzare il gomito più del accettabile. O a Giovanni XXIII. O anche a Lula, se pensiamo bene, perché anche lui aveva tanti elementi che lo rendevano ineleggibile , come la sua scarsa conoscenza della lingua portoghese o la sua non esistente esperienza come membro di un parlamento. No. Non sono queste le cose a cui dobbiamo fare attenzione. Ma ci sono persone (e molte nella media) che vogliono pensare solo a questo. Come se i politici fossero cavalli su cui scommettere. O jettatori. O roba da scartare.
Alcuni sono da scartare, ma non perché sono disabili, malati, anziani. Quelli che sono da scartare lo sono perché pieni di furbizia, di egoismo, di arroganza , di cattiveria. E questo molti giornalisti non riescono (o non vogliono ) farci vedere. È più facile fare circolare gli aneddoti sui politici che veramente mostrare la corruzione. È più facile farci vedere le foto delle moglie dei presidenti che parlare dei difetti dei loro mariti. Ecc ecc ecc.
Insomma, siamo fritti.
Comincia oggi a Belém, il capolugo dello stato di Pará, nell"Amazzonia brasiliana il Forum Sociale Mondiale.
Il Forum Sociale Mondiale è un'alternativa al Forum Economico Mondiale che inizia domani, come sempre in Svizzera. Lascio qui gli obbiettivi del Forum di quest'anno. In portoghese - tanto non sarà molto difficile da capire da quelli che come me sognano un mondo più giusto.
1-Pela construção de um mundo de paz, justiça, ética e respeito pelas espiritualidades diversas, livre de armas, especialmente as nucleares;
2-Pela libertação do mundo do domínio do capital, das multinacionais, da dominação imperialista patriarcal, colonial e neo-colonial e de sistemas desiguais de comércio, com cancelamento da dívida dos países empobrecidos;
3-Pelo acesso universal e sustentável aos bens comuns da humanidade e da natureza, pela preservação de nosso planeta e seus recursos, especialmente da água, das florestas e fontes renováveis de energia;
4-Pela democratização e descolonização do conhecimento, da cultura e da comunicação, pela criação de um sistema compartilhado de conhecimento e saberes, com o desmantelamento dos Direitos de Propriedade Intelectual;
5-Pela dignidade, diversidade, garantia da igualdade de gênero, raça, etnia, geração, orientação sexual e eliminação de todas as formas de discriminação e castas (discriminação baseada na descendência);
6-Pela garantia (ao longo da vida de todas as pessoas) dos direitos econômicos, sociais, humanos, culturais e ambientais, especialmente os direitos à alimentação (com garantia de segurança e soberania alimentar), saúde, educação, habitação, emprego, trabalho digno e comunicação;
7-Pela construção de uma ordem mundial baseada na soberania, na autodeterminação e nos direitos dos povos, inclusive das minorias e dos migrantes;
8-Pela construção de uma economia democratizada, emancipatória, sustentável e solidária, com comércio ético e justo, centrada em todos os povos;
9-Pela construção e ampliação de estruturas e instituições políticas e econômicas (locais, nacionais e globais) realmente democráticas, com a participação da população nas decisões e controle dos assuntos e recursos públicos.
10-Pela defesa da natureza (Amazônia e outros ecossistemas) como fonte de vida para o Planeta Terra e aos povos originários do mundo (indígenas, afro-descendentes, tribais, ribeirinhos) que exigem seus territórios, línguas, culturas, identidades, justiça ambiental, espiritualidade e bom viver.
È inutile, per non dire ricolo, il tentivo di imitare gli anglossassoni durante il tempo del Natale. Eppure lo facciamo ogni volta di più. Pini, neve finta, Babbo Natale...
E pensare che sarebbe tanto più facile e tanto più sincero fare a modo nostro. Di giorno, quando si vede che qui non è inverno perché fa tanto caldo. Vestiti in modo semplice. Al suono di una chitarra e cantando canzoni scritte da noi. Non tutte, forse. Alcune della cultura anglosassone ci vogliono, ma non in inglese.
E poi, poco a poco, la gente si avvicinerebbe...
Ad un certo punto son si potrebbere dire che è coro chi è pubblico...
Attendo sorprendentemente con pazienza il mio turno per pagare alla cassa del supermercato. È molto presto, non sono ancora le 7.30 e c'è una sola cassa aperta. E una sola signora davanti a me. Il mio quartiere è pieno di vecchiette e al supermercato le vedo spesso. I vecchietti invece stanno seduti intorno ai tavolini di cemento in un angolo della Piazza San Bene giocare al domino. La sera cedono i loro posti ai travesti. Alle vecchiette forse non interessa il domino o forse hanno le ossa più fragili e temono il freddo del cemento delle panchine, quindi sono spesso al supermercato.
Quella della mattina in cui sorprendentemente attendo con pazienza il mio turno per pagare alla cassa del supermercato è nera, un po' grassa e porta gli occhiali. I suoi gesti sono lentissimi. Prende con cura uno alla volta i prodotti che sono nel carrello. Diverse verdure, qualche spiga di granoturco, scatole di passato di pomodoro, zucchero, caffè, solo alimenti. Io aspetto pazientemente con la mia confezione di carta igienica in mano. Solo questo. Segno di una casalinga che non è molto organizzata e si è accorta di non avere più carta igienica a casa. La cassiera è quella che mi piace di più. Avrà 50 anni. È molto elegante, molto gentile. Ci saluta sempre con un buongiorno luminoso. Ad un certo punto la signora si ferma. Comincia a contare i soldi che ha in mano. E allora comincia la marcia indietro. Via il granoturco, via una delle scatole di pomodoro. La cassiera fa i conti. La signora apre la borsa e pesca qualche moneta. E io comincio a sudare. Non sono impaziente, non ho un motivo per esserlo. C'è tempo per pagare la carta igienica, tornare a casa e fare tutto quello che devo fare. Ma sudo. Cerco di guardare le solite riviste stupide che parlano dei ricchi e famosi che il supermercato lascia vicino alla cassa. Uno non si può dimenticare di portarne una a casa e il supermercato è buono e ci auta a ricordarselo. Ma quelle mani nere, usate e lente mi attirano lo sguardo. Sudo perché vorrei vedere un piccolo miracolo. Che le monetine diventassero banconote e il carrello si svuotasse. Invece no. Uno strano ballo comincia. Avanti una scatola di pomodori, indietro la carne. No, la carne riprende il suo posto, ora è il granoturco che viene depositato con cura nel carrello. Il conto cambia cambia. Poi la signora riscatta due monetine che forse si erano nascoste nell'angolo più buio della borsa. Paga finalmente il conto, ma il carrello non è completamente vuoto. Le mie idee girano girano al passo di quel ballo. Vorrei aprire il mio portafoglio, vorrei pagare quello che resta nel carrello, vorrei pagare tutto, vorrei rimettere la carta igienica alla sua piramide, vorrei avere mia nonna ancora un giorno con me, vorrei nascondermi sotto la cassa e piangere.
Nulla faccio.
Sudo. Forse sono lacrime.
La signora esce dal supermercato. La testa alzata. È degna.
E io abasso la mia testa. Davanti alla vera dignità umana uno deve sapere come portarsi.
Tutte e due erano nordamericane. Tutte e due sognavano un altro mondo. Una sognava con un mondo oltre l'arcobaleno. L'altra sapeva che l'arcobaleno era il simbolo di una alleanza per sempre.
Una portava le scape rosse e l'altra i sandali di messaggero.
Una vive sulla pellicola e l'altra vive nella memoria di chi crede ancora.
Il processo contro gli assassini di Suor Dorothy Stang non si è ancora concluso.
E finché non sarà concluso, io ricorderò Dorothy Stang qui, perché il Brasile era la terra di Dorothy Stang. Una terra che l'ha uccisa e che la piange ancora.
L'acqua che mantiene la vita è anche quella che la rende più difficile e spesso la toglie. Quando abbiamo le pioggie di fine estate è così. Domenica, alle 3 del pomeriggio quasi non sono riuscita a prendere l'autostrada a causa della pioggia, o meglio, a causa del fiume che è sorto dopo la pioggia. Quando finalmente stavo per arrivare alla tangenziale, ho visto la solita favela che da anni c'è in una curva. E, come al solito, mi viene in mente una canzone che ho imparato all'inizio degli anni '70 quando mi preparavo alla prima eucaristia. Erano altri tempi. C'erano persone che venivano torturate nelle prigioni dell'esercito e persone trattate come animali che vivevano per le strade. Oggi la gente che è in prigione ci sta non per motivi politici, ma per delitti "comuni". Ma il trattamento non è umano. E per strada ci sono ancora tanti che vivono male. E quella semplice canzone mi torna con una forza straordinaria, come la forza delle acque della fine estate.
Era cosÌ:
Para mim, a chuva no telhado,
É cantiga de ninar...
Mas o pobre meu irmão,
Para ele a chuva fria,
Vai entrando em seu barraco,
E faz lama pelo chão.
Para mim o vento que assobia,
É noturna melodia...
Mas o pobre meu irmão,
Ouve o vento angustiado!!!
Pois o vento, esse malvado,
Lhe desmancha o barracão.
Como posso
Ter sono sossegado,
Se no dia que passou,
Os meus braços eu cruzei?
Como posso ser feliz
Se ao pobre meu irmão,
Eu fechei meu coração,
Meu amor eu recusei
Per me la pioggia sul tetto è una ninna nanna
Per per il mio povero fratello la pioggia è fredda
Invade la sua baracca e infanga il pavimento
Per me il vento che soffia
è melodia serale...
Ma il povero mio fratello,
angosciato sente il vento!!!
Perché il vento, cattivo che è,
distrugge la sua baracca.
Come posso avere un sonno tranquillo,
se durante il giorno appena finito
ho incrociato le mie braccia?
Como posso essere felice
Se al mio povero fratello,
ho chiuso il mio cuore
e il mio amore ho rifiutato.
Per molti è difficile tradurre la parola saudade. Infatti, è difficile, perché il concetto di saudade prevede una carica positiva e una carica negativa. È un po' come la parola magari, penso. Dipende molto del contesto, dell'intonazione, ecc
Ma per me l'espressione più difficile da tradutte è “o jeitinho brasileiro”. Mi è perfino difficile parlare del “jeitinho brasileiro” perché mi viene il mal di stomaco quando ci penso.
“Jeito” vuol dire modo. E noi brasiliani diciamo sempre “jeitinho brasileiro” sicuri che è nostro il suo copyright.
Il “jeitinho brasileiro” è un modo di agire che amalgama furbizia, arroganza, finta simpatia e accettazione del fatto che altro modo non c'è per agire. Probabilmente c'è gente che crede che sia genetico oppure tradizione da mantenere per sempre.
Vi do qualche esempio. Io non posso accettare studenti non iscritti ufficialmente al mio corso. L'ho fatto però alcune volte. Se avevo un gruppo che prevedeva 20 studenti e ne avevo solo 12 iscritti, accettavo uno o due che non si erano iscritti. Lo facevo sotto alcune condizioni: se si trattava di livelli avanzati del corso, livelli in cui c'è sempre posto, perché gli studenti a metà strada lasciano il corso di italiano (tanto è un corso libero, non un corso di laurea) per dedicarsi ad altre cose più importanti. Poi facevo una verifica del livello di italiano del “candidato” e alla fine gli facevo promettermi che il semestre seguente lui avrebbe fatto l'iscrizione comme il faut.
Ieri sera ho detto di no ad una persona che mi ha chiesto di seguire il corso di italiano IV. Mi aveva salutato tutto allegro con la solita battuta: forse non di ricordi più di me, ci siamo conosciuti quando insegnavi all'università X. Io l'università X l'ho mollata alla fine del 1997 e non mi ricordo di tutti gli studenti che ho conosciuto nei 7 anni in cui ci ho lavorato. Tutto il monologo e il dialogo che si è seguito è stato fatto in un bellissimo italiano (il mio no, perché ero incazzata e quando m'incazzo mi viene solo il portoghese). E davanti alla porta della mia aula. Io odio arrivare in ritardo alle lezioni. Ed era la prima lezione, dopo le lunghe vacanze d'estate. Ed erano le 21, ora alla quale la lezione deve comicniare (qui non c'è il quarto d'ora accademico) e quelli miei studenti lavorano tutto il giorno e non hanno che quell'orario per studiare l'italiano. Gli ho detto di no. Gli ho spiegato che loro non avevano il suo livello di italiano, quindi per lui non sarebbe interessante e per loro sarebbe, come minimo, imbarazzante.
E lui ha insistito. E perché? Perché è questo che si aspetta di un brasiliano. Che dia “um jeitinho”.
E poi la gente non capisce perché io mi disegno capovolta.
Volevo solo che mi spiegassero come faccio a non sporcarmi le mani e non lavarmi le mani allo stesso tempo....
TERRABRASILIS
Mi chiamo Raquel e sono brasilianissima, nata nel gennaio di 1963, dunque di capricorno e tigre. Il blog è nato perché ero un po' stanca di dover spiegare che qui non si parla lo spagnolo.