Un blog in italiano con notizie e commenti sul Brasile, la sua cultura e la sua lingua: il portoghese.
03/06/2009

A dor que deveras sente

Il poeta è un fingitore. 

Finge così completamente

 che arriva a fingere che è dolore 

il dolore che davvero sente.

 

Diceva Pessoa. Recentemente ho letto una poesia che dicono sia di Carlos Drummond de Andrade. Non ci credo. Ma gli ultimi versi mi piacciono:

Il dolore è inevitabile.

La sofferenza è opzionale.

--

Ho visto una rosa e l'ho fotografata. Ma poi ho passato troppo tempo a provare a fotografare la sua ombra. Che spreco di tempo.

23:30 ora brasiliana||escrito por Quel e non rakele | link | commenti (3)
ultimo fior del lazio, literatura, cartoline non virtuali
30/09/2008

Lettura

Adélia Prado

Leitura

Era um quintal ensombrado, murado alto de pedras.
As macieiras tinham maçãs temporãs, a casca vermelha
de escuríssimo vinho, o gosto caprichado das coisas
fora do seu tempo desejadas.
Ao longo do muro eram talhas de barro.
Eu comia maçãs, bebia a melhor água, sabendo
que lá fora o mundo havia parado de calor.
Depois encontrei meu pai, que me fez festa
e não estava doente e nem tinha morrido, por isso ria,
os lábios de novo e a cara circulados de sangue,
caçava o que fazer pra gastar sua alegria:
onde está meu formão, minha vara de pescar,
cadê minha binga, meu vidro de café?
Eu sempre sonho que uma coisa gera,
nunca nada está morto.
O que não parece vivo, aduba.
O que parece estático, espera.


Lettura

Era un cortile ombreggiato , murato alto di pietre.
I meli avevano mele precoci, la buccia rossa
di scurissimo viola, il gusto premuroso delle cose
fuori dal suo tempo desiderate.
Lungo il muro c'erano brocce di ceramica.
Io mangiavo mele, bevevo la miglior acqua del mondo consapevole
che là fuori il mondo si era fermato dal caldo.
Dopo ho incontrato mio padre, che mi ha accolto con gioia
e non era malato e non era morto, perciò rideva,
le labbra di nuovo e la faccia circolati di sangue,
cacciava cose da fare per spendere l'allegria:
dov'è il mio scalpello, la mia canna da pesca,
dov'è la mia pietra focaia, il mio barattolo del caffè?
Sogno sempre che una cosa genera,
Ciò che non sembra vivente, concima.
Cioè che sembra statico, aspetta.

21:18 ora brasiliana||escrito por Quel e non rakele | link | commenti (1)
literatura
04/07/2008

Iracema

"Iracema" è il titolo di un romanzo di José de Alencar scritto nel 1865. Di José de Alencar, il mio preferito è sempre "Senhora", che ho letto adolescente a scuola. "Iracema", secondo l'autore vuol dire "la vergine dalle labbra di miele" , ma molti dicono che si tratta solo di un anagrama della parola America. Il libro, un classico del movimento romantico brasiliano, racconta una storia d'amore tra un colonizzatore portoghese e questa bella india dello stato di Ceará. Il figlio che avranno (Moacir, che vuol dire "figlio del dolore) è il risultato di questa unione tra Europa e Brasile.

Ma perché parlo di Iracema oggi? Guardavo un programma che mi piace molto "via Brasil" (se seguite il link potrete vedere alcuni dei servizi passati) e ho scoperto che il Ceará produce una nuova varietà di rosa. La rosa Iracema. L'hanno scoperto per caso, cioè, è nata per caso, nel mezzo di un campo di rose "carolla", che a quanto pare è una rosa piena di spini. Questa "Iracema" però è quasi senza spini e molto dritta. È bellissima. Ho trovato un articolo su internet con foto.

Il video con il servizio sulla rosa Iracema non è ancora disponibile, ma lo sarà presto, credo.

21:17 ora brasiliana||escrito por Quel e non rakele | link | commenti (4)
literatura
18/05/2008

La compagna

È morta  ieri Zelia Gattai, la moglie di Jorge Amado. Scriveva pure lei, ma poco (rispetto ai tanti libri del marito). Erano scritti sempre molto legati alla memoria e a alla memoria della sua vita con Jorge. Ma io veramente di suo ho letto soltanto "Anarchici, grazie a Dio" libro che all'epoca mi è tanto piaciuto, perché mi ha fatto conoscere ancora un po' della storia della mia città e del contributo italiano alla nostra cultura (nel caso, la politica).

La vidi una volta a San Paolo, molti anni fa. Ero in un caffè nel quartiere di HIgienópolis. Lei entrò nel caffè e la riconobbi sutbito . Dietro a lei c'era un uomo, che era uguale a Jorge Amado, ma proprio ugale. Poiché Jorge Amado era morto da anni, pensai allora che forse la finzione era realtà e Zelia era Dona Flor e Jorge era Vadinho...ma no...era soltanto il fratello più piccolo di Jorge Amado. Peccato, a volte ci vuole un po' di finzione....

Non era, secondo me, una grande scrittire, ma sicuramente il grande amore di Jorge e questo, anche secondo me, è bellissimo.

17:44 ora brasiliana||escrito por Quel e non rakele | link | commenti (6)
literatura
16/04/2008

Aporo

 ÁPORO
Um inseto cava
cava sem alarme
perfurando a terra
sem achar escape.

Que fazer, exausto,
em país bloqueado,
enlace de noite
raiz e minério?

Eis que o labirinto
(oh razão, mistério)
presto se desata:

em verde, sozinha,
antieuclidiana,
uma orquídea forma-se.


Un insetto scava
scava senza allarme
perforando la terra
senza trovare l'uscio.

Che fare, esausto,
in un paese bloccato,
allacciamento di notte
radice e minerio?

Ecco che il labirinto
(oh, ragione, misterio)
presto si slaccia:

in verde, sola,
antieuclidiana,
un'orchidea si forma.

Áporo, secondo i dizionari brasiliani è: 1. un insetto che scava (della famiglia degli imenotteri); 2. è una parola grega, aporoς , che vuol dire “senza uscita” ed è un tipo di orchidea che abbiamo qui, molto rara e verde. Almeno dice il dizionario, che l'abbiamo qui, io non l'ho mai vista, ma i dizionari sono sinceri, penso. L'Euclide è quello di Alessandria.

Mi piace questa poesia di Carlos Drummond de Andrade.

È l'unica cosa che posso pensare in scrivere qui in questo momento in cui tanti dei miei amici italiani sono a terra.
E io mi metto a terra con loro e li offro tutto il verde che ci sia nella mia Terrabrasilis.
E la mia solidarietà.
13:09 ora brasiliana||escrito por Quel e non rakele | link | commenti (8)
literatura, er cantastorie de me stessa
25/03/2008

ventos do sul

Charlie Brown mi dice che a Palermo tira un vento fortissimo. Penso a Porto Alegre, città ben al sud del Brasile e al suo vento. Porto Alegre ha un vento solo suo. Si chiama "Minuano". È un vento che viene dal Sud, il Sud della mia parte della Terra, quindi è freddo. Dura pochi giorni, arriva sempre d'inverno. È un vento dei "pampas" che è come chiamiamo le pianure del Rio Grande do Sul (stato il cui capoluogo è Porto Alegre). Il vento dev'essere molto importante per quelli che vivono nei pampas. E i pampas sono il paradiso per il vento, perché è libero per ballare. E poi uno dei romanzi (o romanzi, perché sono una trilogia) più importanti della letteratura del Sud l'ha scritto Érico Verissimo e s'intitola "O Tempo e o vento".  Sono tre libri bellissimi sulla gente dei pampas.

E poi c'è Mário Quintana, poeta di Porto Alegre che scrisse alcune poesie sul vento:

O que o vento não levou

No fim tu hás de ver que as coisas mais leves são as únicas
que o vento não conseguiu levar:

um estribilho antigo,
um carinho no momento preciso,
o folhear de um livro de poemas,
o cheiro que tinha um dia o próprio vento...

Quello che non andò via col vento

Alla fine vedrai che le cose più leggere sono le uniche
che il vento non è riuscito a portare via:

un ritornello antico,
una carezza al momento giusto,
il fogliare di un libro di poesie,
l'odore che aveva un giorno lo stesso vento...

O vento e eu

o vento morria de tédio
porque apenas gostava de cantar
mas não tinha letra alguma para a sua própria voz,
cada vez mais vazia...
tentei então compor-lhe uma canção
tão comprida como a minha vida
e com aventuras espantosas que eu inventava de súbito,
como aquela em que menino eu fui roubado pelos ciganos
e fiquei vagando sem pátria, sem família, sem nada neste vasto mundo...
mas o vento, por isso
me julga agora como ele...
e me dedica um amor solidário, profundo!

Il vento ed io

Il vento s'annoiava
solo perché gli piaceva cantare
ma non aveva parole per la sua propria voce,
ogni volta più vuota...
ho provato a scrivergli una canzone
così lunga come la mia vita
e con avventure stupende che d'improvviso inventavo,
come quella in cui da bambino mi rapirono gli zingari
e rimasi a girare senza patria, senza famiglia, senza niente in questo vasto mondo...
ma il vento, per questo
mi crede simile a lui...
e mi dedica un amore solidale, profondo!

 

09:01 ora brasiliana||escrito por Quel e non rakele | link | commenti (4)
literatura
19/03/2008

Pesach

Una poesia di Manuel de Barros. Per sengnare (anche) il momento linguistico che  vivo.

A 13 anni scoprì che ciò che mi piaceva nelle
letture non era la bellezza delle frasi, ma la loro malattia.
Ho raccontato a padre Ezequiel, un mio Precettore ,
quella strana mania.
Credevo di essere un tipo scaleno.
Amare creare dei difetti nelle frasi è qualcosa di molto sano,
disse il prete.
Fece una pulizia nei miei timori.
Il prete aggiunse: Manoel, questa non è una malattia,
può darsi che per tutta la vita ti attireranno i nulla...
E rise.
Non sei un po' indio? - mi chiese.
Eccome, risposi.
Guarda, gli indios non prendeno che i sentieri da loro aperti, non gli piacciono le strade.
Bisogna soltanto saper sbagliare la propria lingua.
Perché è nelle deviazioni e in certi frutti della foresta che incontrano le migliori sorprese.


Padre Ezequiel fu il mio primo insegnante di grammatica

12:31 ora brasiliana||escrito por Quel e non rakele | link | commenti (6)
ultimo fior del lazio, literatura, er cantastorie de me stessa
15/03/2008

Eldorado

Sto leggendo l'utlimo libro di Milton Hatoum: Orfãos do Eldorado (Orfani dell'Eldorado). Milton è di Manaus, Amazzonia. Mi piace. Avevo comprato uno dei suoi primi libri "Due fratelli" ma non l'ho mai letto e ora non mi ricordo dove l'ho messo. Lo cercherò. La sua prosa mi piace. Semplice, senza pretese. Nel libro non c'è l'Amazzonia di oggi, ma quella di prima, quella che noi gente del sud non conoscevamo. MIlton è uno che ci aiuta a creare una memoria di cose che avremmo dovuto sapere, conoscere. Allo stesso tempo, la sua storia parla di rapporti umani. Padre e figlio. Uomo e donna, quindi è universale.

08:52 ora brasiliana||escrito por Quel e non rakele | link | commenti (4)
literatura
27/10/2007

amore affamato

Joaquim: L’amore ha mangiato il mio nome, la mia identità, il mio ritratto. L’amore ha mangiato il mio certificato di nascita, la mia genealogia, il mio indirizzo. L’amore ha mangiato i miei biglietti da visita. L’amore è venuto e ha mangiato tutte le carte dove avevo scritto il mio nome.

L’amore ha mangiato i miei vestiti, i miei fazzoletti, le mie camicie. L’amore ha mangiato metri e metri di cravatte. L’amore ha mangiato la misura dei miei completi, il numero delle mie scarpe, la misura dei miei cappelli. L’amore ha mangiato la mia altezza, il mio peso, il colore dei miei occhi e dei miei capelli.

L’amore ha mangiato le mie medicine, le mie prescrizioni, le mie diete. Ha mangiato le mie aspirine, le mie onde-corte, i miei raggi x. Ha mangiato i miei test mentali, le mie analisi d’orina.

L’amore ha mangiato dallo scaffale tutti i miei libri di poesia.Ha mangiato i miei libri di prosa e le citazioni in verso. Ha mangiato dal dizionario le parole che sarebbero potute radunarsi in versi.

Affamato l’amore ha mangiato gli attrezzi di mio uso: il pettine, rasoi, spazzole, forbici da unghie, temperino. Ancora affamato, l’amore ha divorato l’uso dei miei attrezzi: i miei bagni freddi, l’opera cantata in bagno, la caldaia a fuoco morto, ma che sembrava una fabbrica.

L’amore ha mangiato la frutta che era a tavola. Ha bevuto l’acqua dei bicchieri e dalle caraffe. Apposta ha mangiato di nascosto il pane. Ha bevuto le lacrime dagli occhi, che nessuno sapeva, erano pieni d’acqua.
L’amore è tornato per mangiare le carte dove senza riflettere avevo riscritto il mio nome.

L’amore ha rosicchiato la mia infanzia, di dita sporche di inchiostro, capelli sugli occhi, scarpe mai lucide. L’amore ha rosicchiato il bambino schivo, sempre negli angoli, e che scarabocchiava i libri, morsicava la matita, camminava per la strada a calciare sassi. Ha rosicchiato le chiacchiere, accanto alla pompa di benzina della piazza, con i cugini che tutto sapevano di uccellini, su una donna, sui tipi di automobili.

L’amore ha mangiato la mia regione, la mia città. Ha drenato l’acqua morta degli stagni, ha abolito la marea. Ha mangiato gli stagni crespi di foglie dure, ha mangiato il verde acido delle piante di canna che coprivano i monti regolari, tagliati da barriere rosse, dal trenino nero, dai camini. Ha mangiato l’odore di canna tagliata e l’odore di Maresia. Ha mangiato perfino queste cose che mi disperavano per non saper palarne in verso.

L’amore ha mangiato anche i giorni ancora non annunciati nei calendari. Ha mangiato i minuti in anticipo del mio orologio, gli anni che le linee della mia mano assicuravano. Ha mangiato il futuro grande atleta, il futuro grande poeta. Ha mangiato i futuri viaggi intorno alla terra, i futuri scaffali intorno alla stanza.

L’amore ha mangiato la mia pace e la mia guerra. Il mio giorno e la mia notte. Il mio inverno e la mia estate. Ha mangiato il mio silenzio, il mio mal di testa e la mia paura della morte.

Nel 1943 il poeta João Cabral de Melo Neto scrisse la pièce “Os três mal amados”. Il brano che vi lascio è una battuta di Joaquim, uno dei tre personaggi (gli altri sono João e Raimundo). Al contrario di João e Raimundo che parlano di donne che hanno amato (Teresa e Maria), Joaquim parla dell’amore e dei suoi effetti.

João Cabral de Melo Neto
07:46 ora brasiliana||escrito por Quel e non rakele | link | commenti (3)
literatura
01/10/2007

Il mio Mia

Sono ormai al sesto libro di Mia Couto. Ormai Mia è mio. Mi coccolla prima che io mi addormenti, mi fa pensare, mi fa provare emozioni bellissime, mi fa piangere (quel pianto buono, che pulisci gli occhi e l'anima), mi fa sorridere, mi fa sognare. Questo Mia che sto leggendo è di una ricchezza lessicale straordinaria. Mia per me è un Guimarães Rosa africano. 

Alcuni esempi della prosa di Mia:

" A guerra é uma cobra que usa os nossos próprio dentes para nos morder. Seu veneno circulava agora em todos os rios da nossa alma. De dia já não saíamos, de noite não sonhávamos. O sonho é o olho da vida. Nós estávamos cegos".

" La guerra è un serpente che usa i nostri propri denti per morderci. Il suo velleno circolava ora per tutti i iumi della nostra anima. Di giorni non uscivamo più, di notte non sognavamo. Il sogno è l'occhio della vita. Noi eravamo ciechi."

"Nessun fiume separa, cuce piuttosto i destini dei viventi"

 

"Il buio mi racchiudeva, cancellando i posti che erano stati miei. Senza accorgermi avevo iniziato un viaggio che avrebbe ucciso le certezze della mia infanzia. Gli insegnamenti della scuola, i consigli del pastore Afonso, i sogni di Surendra: tutto questo si svanirebbe nel dubbio. Mi sono guardato, e vedendomi così leggero, senza carica, mi sono ricordato delle parole di mio padre: Chi non ha amico viaggia senza bagaglio."

"Gira le spalle, Muiding sembra impassibile, la sua anima disegnata solo in diagonale"

"Viaggiavo sempre vicino alla costa, dove l'acqua inciampa in schiuma bianca"

Mi piacciono certi verbi che usa e che non avevo mai visto nella mia lingua. Non so se sono verbi del portoghese del Mozambico oppure se lui se li inventa....:

"a vida poentava" - "la vita tramontava

"palavraram muita coisa sobre o estado de saúde do falecido" - "parolarono molte cose sullo stato di salute del morto"

"enquanto me preguiçava sem destino..." - "mentre mi prigrizavo senza destinazione..."

 

09:33 ora brasiliana||escrito por Quel e non rakele | link | commenti (6)
literatura, er cantastorie de me stessa
testo





Feed XML offerto da BlogItalia.it BlogItalia.it - La directory italiana dei blog