Un blog in italiano con notizie e commenti sul Brasile, la sua cultura e la sua lingua: il portoghese.
23/05/2009

Nel mezzo del cammin le palle mi si sono girate

Giovedì passavo davanti alla mensa quando mi sono accorta che c'era qualcosa di diverso. Mi sono fermata e ho guardato e guardato. Ho visto le solite bici degli studenti, gruppetti di studenti che cominciavano ad arrivare per il pranzo. Il sole di autunno era lì con la sua luce speciale e ho pensato: è da tanto che non fotografo il campus, la prossima volta porto la macchina...ecco cosa mancava! Mancavano 4 alberi che erano sempre lì, lungo la stradina che porta alla porta d'ingresso della mensa. Ecco perché il sole mi bruciava la testa! Ma se gli alberi non erano lì, allora il nido di João de Barro di cui ho parlato più di una volta su questo blog non c'era più. Una volta rimasi quasi 40 minuti davanti a quell'albero per fare una foto del João de Barro. E tutto il tempo, uno dei vigili che lavorano nel campus mi ha fatto compagnia e mi ha mostrato altri uccelli che non conoscevo.
Ora l'albero non c'è più. Mi hanno detto che forse è perché gli alberi ostacolavano le lampade che illuminano il cammino che porta all'ingresso della mensa.
Secondo me, c'è qualcosa di molto sbagliato qui. Ma sarà possibile che non riusciamo a trovare un altro modo per illuminare quella stradina senza togliere gli alberi??? Siamo in una delle più importanti università dell'America Latina, per carità. E tagliamo gli alberi perché non vogliamo pensare ad altre alternative....Sì, la luce ci vuole. È importantissima, direi essenziale. Ma principalmente per farci vedere che ci sono tante strade davanti a noi. Alcune sono dritte, ma non portano al posto giusto.
E ora sono triste, veramente triste. Non so se mi capite. Avevo bisogno di quel nido di João de Barro. Mi rallegrava. Mi toglieva il fiato e la pelle. Così, per qualche attimo mi sentivo parte di qualcosa di bello. Poi seguivo la mia strada, rimettevo la pelle a posto e aspettavo l'ora di far lezione, quando di nuovo esperimentavo la gioia di fare parte di qualcosa. Io ho bisogno, come tutti gli esseri umani, della Bellezza. Non per scappare, ma per crescere, per nuttrirmi, per poder avere la schiena dritta e guardare il cielo e sperare. La bellezza è come la linfa.


Ora non sarà più così. Camminerò per questo campus ogni giorno meno verde e conterò i giorni per andare in pensione.

ecco la foto del nido che non c'è più:

 

15:51 ora brasiliana||escrito por Quel e non rakele | link | commenti (4)
vivere al terzo mondo, er cantastorie de me stessa
18/05/2009

Desconstrução de um mito

C'è un'attrice in Brasile che è troppo grande per la sua arte. Si chiama Regina Casé, è di Rio e quando ero alla fine della mia adolescenza era il simbolo del rinnovamento del teatro. Apparteneva al gruppo “Asdrubal trouxe o trombone” e ho avuto la fortuna di verderla almeno una volta su un palcoscenico. Da qualche tempo Regina si dedica a mostrare il Brasile ai brasiliani. Prima con un programma intitolato “Programa legal”, poi con “Um pê de quê? E finalmente con un altro chiamato “Central da Periferia”. Dopo una fase brasiliana, tutti e tre programmi ci hanno fatto conoscere altri paesi, alberi di altri paesi e la periferia di altri paesi. Ieri ho visto “Um pê de quê” tutto girato nel Mozambico e l'albero scelto era il Baobab. O embondeiro, come lo chiamano nel Mozambico.
Nel programma ho potuto vedere uno dei miei amori: Mia Couto. Ora sto cercando il libro in cui c'è un racconto intitolato “O embondeiro que sonhava pássaros” .
Per gli africani il baobab non è un albero cattivo, come nel Piccolo Principe. Il Baobab è un albero che racchiude in sé tanta acqua e acqua pulita, che disseta tanta gente. Nel nord del Mozambico, un santone e solo lui, può scavare buchi nel baobab che sono vere cisterne.


Mi dispiace dirlo, ma Saint-Exupery aveva torto.

19:35 ora brasiliana||escrito por Quel e non rakele | link | commenti (2)
vivere al terzo mondo
13/05/2009

Il vicepresidente ha un cancro, di quelli terribili, contro il quale lui lotta da anni. E questo cancro non lo vince. Vince il suo corpo, ma non il suo spirito. E lo si vede, perché lui non smette mai di sorridere. A me, come politico, questo vicepresidente non mi è mai interessato, anzi non mi piace affatto. Non l'ho votato, nel senso che quando ho votato ho votato Lula. La prima volta, non la seconda. Ma lo rispetto come uomo che sta lottando contro una malattia in un modo degno e sereno. Dice che preoccuparsi non vuol dire disperarsi. Che lui morirà, come tutti moriremo, ma che non tocca a lui sapere quando.
Il ministro più importante del governo Lula è una donna. Lula l'ha scelta come suo successore. Lo sappiamo tutti da tempo, anche prima delle dichiarazioni di Lula a questo proposito. Una donna che durante la dittatura ha combattuto i militari. Che poi si è messa nella politica formale e quindi ha accettato le regole della politica formale. E le sue strategie che poi sono gabbie. Come l'immagine. Quella che si costruisce con il photoshop e non con le azioni e le parole. Si è rifatta. Si è femminilizzata. E dopo, quasi subito, ha scoperto di avere un cancro.
E ora ricominciano i discorsi su un'eventuale possibilità di eleggere Lula una terza volta. Io non vorrei questo. La nostra costituzione non lo permette. Non voglio credere che il Brasile sarà come il Venezuela, paese che mi sta pure simpatico, ma che ha, secondo me, preso la strada sbagliata nel permettere a Chavez di essere un presidente alla Fidel.
Il discorso del vicepresidente sull'ora della morte deve applicarsi a Dilma Roussef. Se fosse così, nessuno avrebbe creduto a Churchill, vecchio e con una tendenza ad alzare il gomito più del accettabile. O a Giovanni XXIII. O anche a Lula, se pensiamo bene, perché anche lui aveva tanti elementi che lo rendevano ineleggibile , come la sua scarsa conoscenza della lingua portoghese o la sua non esistente esperienza come membro di un parlamento. No. Non sono queste le cose a cui dobbiamo fare attenzione. Ma ci sono persone (e molte nella media) che vogliono pensare solo a questo. Come se i politici fossero cavalli su cui scommettere. O jettatori. O roba da scartare.
Alcuni sono da scartare, ma non perché sono disabili, malati, anziani. Quelli che sono da scartare lo sono perché pieni di furbizia, di egoismo, di arroganza , di cattiveria. E questo molti giornalisti non riescono (o non vogliono ) farci vedere. È più facile fare circolare gli aneddoti sui politici che veramente mostrare la corruzione. È più facile farci vedere le foto delle moglie dei presidenti che parlare dei difetti dei loro mariti. Ecc ecc ecc.
Insomma, siamo fritti.

23:28 ora brasiliana||escrito por Quel e non rakele | link | commenti
vivere al terzo mondo, er cantastorie de me stessa
09/05/2009

Abito a Campinas da 11 anni e da 11 anni ascolto le urla dei tifosi della Ponte Preta, una delle due squadre di calcio della città, ogni volta che c'è una partita. Lo stadio è vicino a casa mia. Non lo vedo, ma ascolto tutto.
Ieri però ci sono andata. Era ora.
E quanto mi sono divertita. La Ponte (conosciuta da tutti come “La Scimmia” ) si trova in questo momento in serie B, ma non dimentichiamo che si tratta della più antica squadra di calcio del Brasile. E questo non è poca merda, come diciamo noi brasiliani.
Merda invece è l'attaccante argentino, Savoia, recentemente arrivato alla Ponte. Caspita, ma nessuno gli ha detto che non basta avere i capelli alla Messi per poter giocare? È troppo pesante, non corre. L'hanno tolto e subito dopo quello che è entrato ha segnato un bellissimo gol.
Intorno a me c'erano persone che si conoscono e che si incontrano sempre allo stadio. Io , che erano anni che non mettevo piedi in un stadio mi sono commossa quando ho risentito parole dell'antico vocabolario calcistico come “vaffanculo” e “figlio di puttana”.
E devo dire, modestamente, che ho portato fortuna alla Ponte, perché hanno vinto. Forse se fossi andata alle partite del  mio amato tricolore (il São Paulo) avremmo vinto lo scudetto regionale.
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Quanto al "Fenomeno" devo dire che sta bene. È ancora ciccioto, ma almeno (ahimé) ha dato lo scudetto al Corinthians nel campeonato regionale. L'Imperatore invece deve cominciare a giocare al Flamengo di Rio. Ma attenti: chi nasce Adriano non diventa Ronaldo. Tutti questi soprannomi gliel'avete dato voi italiani, qui sono Ronaldo e Adriano e basta. Fenomeno e re soltanto Pelé.

09:12 ora brasiliana||escrito por Quel e non rakele | link | commenti
calcio
08/05/2009

Sfogo linguistico

Una delle difficoltà che affronto nel mio mestiere è quella di far capire ai miei studenti è l'uso dei pronomi in italiano. Se conoscete un po' le due lingue e le loro storie sapete che tutte e due le lingue si originano dal latino, quindi hanno molta cosa in comune, ma non sono lingue sorelle, ma caso mai cugine. Il portoghese che poi si parla in Brasile è una lingua emigrata e, come tutti gli emigrati, conserva qualcosa di vecchio che la lingua lasciata nel Paese di origine ha dimenticato e, come tutti gli emigrati, ha acquisito o cambiato certe cose a causa del convivio con altre culture. Il portoghese che si parla nel Portogallo è una lingua che mantiene certi pronomi (come il tu, ormai in disuso in Brasile) o certi usi (come un pronome per l'informalità – il tu e un pronome per la formalità – il você). In Brasile la lingua portoghese si è rilassata, ha tolto la cravatta, quindi non sono i pronomi che indicano la formalità o l'informalità del discorso, ma altre parole come “senhor, senhora, ecc.
Il verbo si mantiene sempre alla terza persona, quindi non dobbiamo pensare molto alla coniugazione. In questo caso, per un brasiliano che impara l'italiano dare del tu o dare del Lei diventa un incubo poiché non solo dobbiamo scegliere un pronome ma anche coniugare il verbo in modo giusto.
Ma il vero incubo è l'uso dei pronomi diretti e indiretti. Nel secondo caso è l'incubo di tutti che imparano una lingua straniera, poiché si deve minimamente capire qual è la reggenza del verbo (si usa la preposizione a, di o per?). E poi in Brasile, la preposizione “a” ormai è sostituita da “para” quindi telefonare a qualcuno ci sembra strano, perché qui si telefona para alguém, quindi, agli studenti gli viene sempre la voglia di dire “telefono per Tizio” e non “a Tizio”.
I pronomi diretti li abbiamo. E sono “o”, “a”, “os” “as”, ma io non li uso mai quando parlo. Solo quando scrivo e quando scrivo qualcosa formale. Ad un brasiliano suona normalissimo dire “Vi ele” (Ho visto lui) invece di "Eu o vi (l'ho visto). E poi, diciamo la verità, i pronomi diretti ai brasiliani danno fastidio, poiché sembrano qualcosa di molto superfluo. Se mi chiedono se ho visto Tizio la mia risposta è : Ho visto. E basta. Non c'è bisogno del pronome.
Abbiamo un modo di pensare che prende le scorciatoie per giungere velocemente al punto d'arrivo. Tagliamo il grasso.
Nel Portogallo non è così. Dunque, un brasiliano che è andato nel Portogallo ha sempre qualche aneddoto da raccontare nel suo rientro. Come quello di una mia amica che , avendo telefonato prima ad un albergo per informarsi se c'erano scale per arrivare alla camera prenotata (suo padre camminava con difficoltà) si è trovata nei guai quando, arrivata all'albergo con arme, bagagli e genitore anziano, si è subito resa conto che c'erano scale per arrivare in camera.
Lei aveva chiesto in portoghese brasiliano : "Temos que subir escadas para chegar ao quarto?"(Dobbiamo salire delle scale per arrivare in camera?) e il manager aveva risposto : no. Quando interrogato del perché della risposta, il signore l'ha guardata con quello sguardo delle persone che considerano ovvio quello che è ovvio solo per loro: Ma lei mi ha chiesto se c'erano scale da salire e qui, per arrivare alla camera basta scendere le scale.
Per un brasiliano , in questo caso,non importa il verbo, la cosa che vogliamo sapere è se le scale ci sono o no, perché una volta salite ci sarà un momento in cui dobbiamo scendere.
È come quando mi chiedono se ho visto Tizio. “Você viu o fulano?” “Vi.”. Perché so che quello che mi chiedono è se ho visto. Ed è ovvio che si tratta di Tizio altrimenti non me l'avrebbero chiesto: Hai visto Tizio?
Insomma, i portoghesi per i brasiliani sono tutti come Catarella, il centralinista del commisariato di Montalbano.
E gli italiani con questa mania dei pronomi diretti (con quella rottura di palle che è poi l'uso dei pronomi diretti + passato prossimo) ci fa pensare che gli italiani sono sempre formali.
Il mio suggerimento è: rilassatevi! Meno pronomi – in certi casi – meglio è.

00:33 ora brasiliana||escrito por Quel e non rakele | link | commenti (9)
nada de especial, ultimo fior del lazio
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